Google non deve garantire il diritto all’oblio fuori dall’Europa. Lo ha stabilito la Corte di giustizia Ue del Lussemburgo, dando ragione al colosso dei motori di ricerca in una controversia con le autorità francesi

Google non deve garantire fuori dall’Europa il cosiddetto diritto all’oblio: la possibilità per gli utenti di far rimuovere contenuti lesivi o superati dai risultati delle ricerche online. Lo ha stabilito la Corte di giustizia Ue del Lussemburgo, dando ragione al colosso dei motori di ricerca in una controversia con le autorità francesi. Nel 2016 la Commission nationale de l’informatique et des liberté, l’equivalente del nostro garante alla privacy, aveva inflitto a Big G una sanzione da 100mila euro per aver rifiutato di rimuovere alcuni contenuti su utente anche dalle ricerche condotte su scala globale , configurando – a detta delle autorità francese- una violazione del «diritto di essere dimenticato» di un cittadino Ue. Il gruppo ha fatto appello, ottenendo il parere favorevole dei giudici del tribunale europeo. La sentenza non potrà essere impugnata.

Lo scontro sul «diritto globale» della Ue
Il parere della Corte segna una vittoria del colosso statunitense nel suo scontro con i vertici Ue su applicazione ed estensione del diritto all’oblio. Il principio era stato consacrato da un verdetto della stessa Corte di giustizia del 2014, nel quale il Tribunale Ue aveva dato ragione alla battaglia di un cittadino spagnolo perché la branca spagnola di Google rimuovesse dal suo motore di ricerca il risultato di due articoli comparsi sul quotidiano La Vanguardia oltre 10 anni prima della presentazione dell’esposto. Da allora Google ha rimosso i contenuti denunciati dagli utenti sulle versioni operative nei vari paesi Ue (come google.fr o google.it ), senza intervenire però su quelle attive al di fuori dal perimetro europeo.

L’Europa ha spinto per l’esatto contrario, chiedendo che la de-indicizzazione di un certo link venisse effettuata su scala globale, estendendo il diritto all’oblio degli utenti oltre agli (allora) 28 paesi della Ue. La sentenza del Tribunale equivale a una battuta d’arresto, pur ribadendo la validità delle regole imposte dall’Europa nel suo perimetro legislativo. Da un lato, il verdetto della Corte stabilisce che «non c’è obbligo, per un motoredi ricerca che risponde alla richiesta di de-indicizzazione di una persona […] di condurre questa ricerca in tutte le versioni del suo motore di ricerca (quindi anche in quelle operative fuori dall’Europa, ndr)». Dall’altro, appunto, si ricorda che «la legge Ue richiede a un motore di svolgere questa de-indicizzazione sulle versioni del motore di ricerca che corrispondono a tutti gli stati membri della Ue».

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