Piano piano anche gli italiani cominciano a pensare che la propria privacy sia importante e si tutelano.

Dai e dai, anche gli italiani cominciano a pensare che la propria privacy sia importante. Sempre più di rado capita di sentire frasi come “io non ho nulla da nascondere” (che non c’entrano il punto) e ormai anche tra i più stagionati si è fatta largo l’idea che una password come “1234” non è esattamente una garanzia di sonni tranquilli.

Certo è che il ruolo sempre più preponderante dello smartphone e del tablet come dispositivi primari per la propria vita digitale (con la complicità di tariffe di telefonia mobile sempre più basse, basta fare un giro su SosTariffe.it per rendersene conto), è davanti a tutti la necessità di essere responsabili verso i propri dati e quelli delle persone care.

Lo studio di Samsung sugli italiani e la sicurezza digitale

A rilevare i cambiamenti nelle abitudini degli italiani in materia di sicurezza e privacy online è stata Samsung con il suo Trend Radar, a margine del mese Europeo della Sicurezza informativa. Lo studio, condotto con metodologia WOA su 2000 persone tra i 20 e i 50 anni, ha fatto chiarezza sugli accorgimenti utilizzati degli utenti per far sì che malintenzionati non entrino in possesso dei dati sensibili: per il 78% è importante usare programmi antivirus, mentre il 69% sa che è meglio usare caratteri speciali nelle password (anche se il segreto per una password davvero sicura è la sua lunghezza) e il 61% è a conoscenza della necessità di cambiarle spesso. Questi, per gli intervistati, i sistemi di protezione principali.

Identità digitale: riflessioni e polemiche

Il tema della protezione dei dati e della privacy trova posto sempre più spesso anche nei luoghi meno digitali del Paese, come gli editoriali cartacei. Da qualche giorno tiene banco la polemica su una possibile proposta di legge riguardo alla necessità di fornire il proprio identificativo (documento d’identità ma anche lo SPID) per poter avere un account sui social network; l’idea, lanciata dall’economista e deputato di Italia Viva Luigi Marattin, ha polarizzato le reazioni, e lo stesso Marattin ha dibattuto a lungo sull’argomento nelle pagine di Repubblica con l’ex direttore di Wired, e giornalista del quotidiano romano, Riccardo Luna.

Da una parte la paura di una vera e propria schedatura – senza contare il fatto che Facebook e gli altri non chiedono di meglio che mettere le mani sui nostri dati sensibili senza nemmeno fare fatica – e le buone ragioni dell’anonimato su Internet, per chi, ad esempio, può andare incontro a forti rischi sul piano personale in caso di identificazione; dall’altra, la volontà di porre fine alle lungaggini burocratiche e ai problemi legati alla lentezza con cui oggi si può risalire all’identità di un utente online tramite indirizzo IP, dando un netto taglio, si auspica, all’hate speech, agli insulti anonimi e alle fake news. Insomma: il tema non può proprio più essere ignorato.

Una miniera di dati che fa gola

Ma quali sono i dati che gli italiani custodiscono più gelosamente? Al primo posto – non è una sorpresa – il PIN della carta di credito (per l’86%), seguito al secondo posto dalla password per l’Internet banking, da custodire con la massima cura per l’82% delle persone.

Gli italiani sono un po’ meno gelosi delle proprie foto personali (64%), e non è una sorpresa nell’epoca storica in cui l’esibizione di sé sui social o anche semplicemente attraverso i programmi di chat come WhatsApp è una pratica comune davvero a tutti, bambini, adulti e anziani.

Il fatto che lo smartphone sia diventato, per automatismo o per comodità, lo strumento digitale più utilizzato per l’archiviazione delle informazioni personali, pone nuovi problemi. A livello teorico, chiunque metta le mani sul nostro telefonino può tentare di accedere ai nostri conti bancari, se abbiamo un app per la gestione digitale dei risparmi; postare sui social contenuti di qualsiasi tipo a nome nostro; risalire a dove viviamo, quali persone frequentiamo, e magari perfino dare un’occhiata all’interno di casa grazie alle applicazioni per il monitoraggio da remoto per la smart home.

Per questo Gabriele FaggioliPresidente del Clusit (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) e responsabile scientifico dell’Osservatorio Information Security & Privacy del Politecnico di Milano, ammonisce: “In linea generale è consigliabile avere un atteggiamento parsimonioso nella gestione dei dati, sia nella quantità che nel trasferimento verso dispositivi mobile. Peraltro, è consigliabile evitare di lasciarli incustoditi o affidarli a persone terze“.

La propria identità in tasca

Leggero, versatile, costoso, lo smartphone è al tempo stesso un oggetto irrinunciabile per chiunque e una delle prede più ambite per i malintenzionati, attirati da una quantità di dati e informazioni ben superiori a quelle a cui si può salire con il classico furto del portafoglio. Se a tutto questo aggiungiamo le cattive pratiche di molte persone non particolarmente informate sui pericoli più comuni legati alla custodia dei dati – ad esempio, quelli in cui si incorre collegandosi al proprio Internet banking da una Wi-Fi pubblica come quella dell’aeroporto: un pericolo riconosciuto per meno della metà del campione – il quadro è sempre più chiaro.

Per il 51% degli intervistati, anche se la posta in gioco è alta e lo smartphone custodisce un vero tesoro, non ci sono particolari preoccupazioni di perdere il dispositivo perché lo sia ha sempre con sé. Grazie a DropboxOneDrive, iCloud e così via accedere a tutto ciò che ci serve ovunque siamo è veramente semplice; in più, per il 29%, lo smartphone – con cui del resto tutte le nuove generazioni sono cresciute fin dalla più tenera età – è più pratico e comodo da usare rispetto al PC.

Inoltre, da più sicurezza un telefonino “messo al sicuro” da PIN numerico, riconoscimento dell’impronta digitale o riconscimento facciale (66%) rispetto a terminali a cui potenzialmente possono accedere tutti, come appunto il PC.

I social fanno paura

Riguardo ai rischi percepiti, i social network, croce e delizia di tutti noi, sono considerati i maggiori colpevoli: il 59% del campione teme che i propri dati possano venire rubati mentre si naviga su Facebook o Instagram, pochi di meno di coloro (64%) che diffidano soprattutto dei siti non certificati. Ancora Faggioli: «Le preoccupazioni che emergono dallo studio, come il furto del pin della carta di credito o la password dell’internet banking, sono del tutto legittime, anche se occorre ricordare, ad esempio, che è molto difficile violare la password e i sistemi di strong authentication dell’internet banking. Molto più delicato è invece il contenuto delle chat, le immagini e i video reperibili sui social network. Inoltre, va ricordato che essendo molti contenuti dello smartphone archiviati in cloud, e non residenti sul device, le password numeriche e le sequenze tracciate sono misure di sicurezza basse».

Fonte: Key4biz.it

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